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Profondo Rosso, un passato memorabile

Correva l’anno 1975 quando un giovane regista dall’aria enigmatica e l’aspetto poco rassicurante poneva il suo tassello d’entrata nella storia del cinema: era Dario Argento con il suo immortale capolavoro, Profondo Rosso. Di anni ne sono passati ormai più di quaranta da quel lontano marzo 1975, così come sono state tante, tantissime, le parole scritte dai critici di ogni parte del mondo sull’opera summa di Argento e la sua particolare filmografia, snodata su caratteristiche presenti a 360 gradi nel film reso celebre dalla musica incalzante dei Goblin, un gusto sopraffino per l’estetica, la violenza efferata degli omicidi, ma soprattutto un colpo di scena finale in grado di scuotere anche gli psicoanalisti e capace di trasformarsi, per le sue modalità di gestione del sapere spettatoriale, un marchio di fabbrica in varie opere future targate dal regista romano. Con un’impostazione narrativa simile a quella già vista nel suo lungometraggio d’esordio, “L’uccello dalle piume di cristallo, il film uscente dalla celebrazione per il quarantesimo anniversario mette al centro della scena un protagonista con la passione per la musica, Mark, interpretato da David Hemmings, casualmente testimone oculare di un omicidio ai danni di una medium che, poco prima, aveva individuato una mente perversa e assassina all’interno di un cinema in cui stava tenendo una conferenza. Il protagonista sa di aver visto qualcosa di fondamentale al momento del primo omicidio, ma non riesce a ricordarlo in nessun modo, salvo poi avere un’illuminazione poco prima del finale che metterà sul piatto una verità sconcertante, non tanto per la risoluzione del mistero, così come ci si aspetterebbe da ogni giallo che si rispetti, ma piuttosto per il modo in cui Mark arriva a scavare nella sua mente fino a ricordarsi il volto del temibile killer, capace di lasciare dietro di sé una scia di persone uccise con una violenza prepotente, disturbante, viscerale e profonda nell’arco dell’intera pellicola. Per due ore i sospetti rimbalzano un po’ su tutti, senza mai trovare, in apparenza, il bandolo della matassa, quando in realtà quel genio di Argento ci aveva già messo la soluzione a portata di mano, riuscendo però a inserire la chiave dell’intrigo in un armadietto ben chiuso e quasi invisibile per uno spettatore alla prima visione, ignaro del tutto.

recensione film profondo rosso dario argento

Dario Argento è andato avanti cercando di ripetere la stessa incisività visiva ed espressiva riconosciuta con “Profondo Rosso” per tanti anni, riuscendo nella folle impresa di riuscirci grazie ad altri capolavori giustamente entrati nella storia del cinema horror-thriller, capaci, inoltre, di rendere fieri noi italiani per aver dato vita a un vero Maestro, che all’estero potevano soltanto cercare di imitare con scialbi risultati. Quel che Argento è diventato adesso, è un’altra storia: tutti sanno che da parecchio tempo il regista ha smarrito la sua musa ispiratrice, perdendosi in un vortice di prodotti nati col malinconico ricordo dei bei tempi passati, senza però riuscire a raggiungerli sotto vari punti di vista. Ma ciò che Argento è adesso non deve interessarci, poiché il passato non si cancella, il passato ritorna, e in questo caso particolare vale davvero la pena recuperarlo, poiché “Profondo Rosso” è un film in grado di restare immortale, e colpire allo stomaco gli spettatori di oggi e domani così come lo fece nel 1975. Quanto al regista e al suo periodo negativo, sappiate che lui ha comunque tutto il diritto di guardarci dicendo “carissimi, ho già dato tutto”. Come si farebbe a dargli torto?

Grazie Dario!

 

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Matteo Genovesi

Matteo Genovesi

Nato nel 1989 e cresciuto con pane, cinema e videogiochi… il sottoscritto è sempre rimasto saldamente ancorato ai valori fanciulleschi nonostante la veneranda età di 25 anni lo stia chiamando a crescere sul serio. Ma il sottoscritto se ne frega della crescita e preferisce continuare a covare le sue passioni che aveva fin da bambino (specialmente la scrittura), conscio che un giorno o l’altro potrà dire a tutti i detrattori “visto che avevo ragione io?” :)

1 Commento

  1. 28 giugno 2016 at 14:51 — Rispondi

    È, stilisticamente, un film “di passaggio”, ed essendo tale riesce ad essere meravigliosamente unico e perfettamente dualista in ogni sua singola sfaccettatura. Il maestro del brivido dirige un film con due anime ben distinte che s’incastrano, si alternano e si fondono in maniera magistrale, proprio come lo yin e lo yang: c’è l’horror e c’è il thriller; c’è il rock progressive (i Goblin) e c’è il jazz (Giorgio Gaslini); c’è il protagonista Marc e c’è il suo miglior amico Carlo, con la loro visione dell’arte diametralmente opposta; c’è eleganza e raffinatezza, ma c’è anche il marcio e lo sporco; c’è il fantastico (la medium, i fantasmi della villa) e c’è l’orrore tangibile, fisico e terreno legato ad un contesto realistico.

    Ecco qui il link della mia recensione completa: http://mgrexperience.blogspot.it/2016/06/profondo-rosso-di-dario-argento.html

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