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L’arte non si compra, si vive: Big Eyes

Big Eyes è l’ultimo lungometraggio firmato Tim Burton, regista sognatore dalla filmografia segnata da varie opere dotate di toni surreali e onirici, talvolta quasi spiazzanti per le loro atmosfere fantasmagoriche, potenziate all’estremo grazie a oculate scelte dell’autore in merito all’assunzione di vari scenografi ed effettisti che sono sempre riusciti a rendere tangibile tutto il mondo immaginario del regista.

L’ultimo lungometraggio, invece, tronca dal suo stile tradizionale e abbraccia una storia estremamente razionale, basata su una vicenda realmente accaduta nel secolo scorso: un eccezionale Waltz interpreta Walter Keane, un pittore che arriva a prendersi il merito delle opere che invece dipinge la moglie. I quadri “di Keane” rappresentano dei bambini dai grandi occhi, hanno un tono malinconico, e comunicano qualcosa di grande, che forse neanche la vera autrice, interpretata da una bravissima Amy Adams, si rende conto di rappresentare.

Il film si concentra sul complesso rapporto tra i due individui, e pone l’accento sull’incredibile intessitura tra le loro personalità: da una parte c’è lei, sensibile e profonda d’animo ma poco avvezza a stare davanti ai riflettori; dall’altra c’è lui, stupidotto ma simpatico, dotato di grandi capacità oratorie e un dono innato nello sfruttare l’allora situazione artistica che rendeva possibile a chiunque ottenere, per dirla alla Warhol, quei quindici minuti di celebrità. Il film si concentra sui due personaggi, ma riflette anche sul ruolo dell’arte nel corso del Novecento, intessendo una forte critica ai burocrati e un’ostinata rivendicazione dell’arte moderna, ormai debellata dall’economia smodata dietro ogni dipinto e dalle varie correnti della contemporaneità che, se da un lato portano una demistificazione della burocrazia artistica e rendono possibile la creazione di opere anche da parte di chi non si riconosce come artista, dall’altra si concretizzano con dipinti talvolta caratterizzati da una qualità estetica difficilmente collocabile sulla stessa lunghezza d’onda delle creazioni classiche più famose. Big Eyes mette in luce tutte le debolezze dell’arte contemporanea: sia il lato economico che quello invece più profondo inerente alla libertà dell’artista sembrano apparire come gli apici di un deleterio sistema teso all’eliminazione dell’arte tradizionale, quella prodotta soltanto dopo anni di studio e rigida applicazione. Nel periodo post-Dadaismo, invece, il valore concettuale rivoluzionario che sta dietro all’orinatoio di Duchamp, ovvero l’emblema che l’arte è intessuta nelle nostre vite e quindi qualsiasi oggetto può essere degno di stazionare in un museo (concetti che, tralasciando il personale apprezzamento di tali opere, sono indubbiamente geniali), porta a un radicale cambiamento che non conduce a effetti totalmente benevoli: infatti, se è vero che la strada di una persona dotata di potenziale talento appare più spianata, dall’altro va anche ammesso che appare altrettanto priva di ostacoli la strada di chi, approfittandosi di questa libertà concettuale, sfrutti le debolezze strutturali di questo sistema facendo denaro sporco, proprio come accade nella vicenda raccontata dal film. Sul risultato concreto, le opinioni non possono che essere soggettive ma Burton sembra mostrare indirettamente un vero affetto nei confronti dell’arte moderna, ridicolizzando più volte le correnti più recenti, come quella dell’astrattismo, metaforizzata nel film con un personaggio sfigato che vede la sua galleria piena di quadri a schizzi totalmente ignorata nell’arco di varie giornate. Il regista, comunque, crede nella vera Arte e lo dimostra tessendo le fila di un film scorrevolissimo che, poggiando comunque le basi su una sostanziale razionalità di fondo, non perde l’occasione per dar sfogo all’estro del regista in due particolari inquadrature dai toni surreali, che evidenziano non solo il lato più riconoscibile di Burton, ma anche una fiducia incondizionata nei valori della vera arte, che vuole trovare il modo per mostrarsi in tutto il suo splendore agli occhi dello spettatore.

Burton invita a riflettere che non è tutto oro ciò che luccica e che mai come nel secolo scorso l’apparenza inganna: lo scandalo di Keane, infatti, è ampiamente documentato, ma nessuno potrà mai sapere che non siano mai esistiti altri scandali di questo tipo anche per altri artisti conosciuti sui libri di scuola. Forse è lecito fare come i bambini dipinti dalla moglie di Keane e cercare di aprire il più possibile i nostri occhi sul mondo che ci circonda.

 

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Matteo Genovesi

Matteo Genovesi

Nato nel 1989 e cresciuto con pane, cinema e videogiochi… il sottoscritto è sempre rimasto saldamente ancorato ai valori fanciulleschi nonostante la veneranda età di 25 anni lo stia chiamando a crescere sul serio. Ma il sottoscritto se ne frega della crescita e preferisce continuare a covare le sue passioni che aveva fin da bambino (specialmente la scrittura), conscio che un giorno o l’altro potrà dire a tutti i detrattori “visto che avevo ragione io?” :)

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