Vite dall'estero

La mia Olimpiade [parte 2]

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Se Londra, durante l’Olimpiade, era diventata un melting pot, l’ostello dove alloggiavo non era da meno. Camminando nei corridoi potevi imbatterti in dialetti provenienti da ogni parte del Mondo. Come in città, poi, aleggiava nell’aria quel clima di allegria, di pace e amore alla Bob Marley, che solo i grandi eventi sanno creare. La grande sala mensa e il confortevole porticato erano addobbati a festa. Bandiere di molte Nazioni diverse erano state affisse a i muri da viaggiatori generosi. Al bar, un televisore era sintonizzato ininterrottamente sulle dirette da i vari campi di gara. Alcune ragazze, provenienti dal Canada e dalla Germania, lavoravano all’interno di alcuni stadi come volontarie. Tutte le sere ci riunivamo nel porticato, birre alla mano, ad ascoltare qualche aneddoto o qualche buffo episodio capitato loro durante la giornata. Un modo per sentirci anche noi partecipi e protagonisti di qualcosa di unico. Più che altro, per provarci con le fanciulle.

In quel clima di euforia multiculturale, feci amicizia, ovviamente, con l’unico ragazzo italiano presente all’ostello. Alberto. Ricercatore all’Università di Pisa, un ragazzo sveglio e simpatico.
La sera prima del termine delle Olimpiadi, mi convinse a partecipare con lui nell’impresa impossibile di assistere ad almeno una gara, partita, competizione (andava bene tutto) dal vivo, all’interno dello Stadio Olimpico.
Comprare semplicemente il biglietto era una via impraticabile. I pochissimi rimasti costavano un’esagerazione, non solo per le nostre povere tasche. Ci serviva un’idea. Ecco, quindi, intervenire Alberto.
Alcuni ragazzi gli avevano raccontato di come, pagando una bischerata, avessero assistito a una gara comprando i biglietti direttamente all’interno del parco Olimpico. Se fosse verità o leggenda non è dato sapere.
Il piano prevedeva questo. Presentarsi al cancello della area Olimpica. Acquistare alla biglietteria i ticket per accedere alla zona; che però precludono l’ingresso negli stadi. Prezzo modico. Una volta dentro mettersi alla ricerca del gruppo di tifosi “giusto”.

[Il tifoso “giusto” è quello che ha comprato il biglietto di una qualche finale dove però, il suo team, non è arrivato. Convincere, con ogni mezzo, quest’ultimo, a venderceli per un prezzo abbordabile. Godersi la competizione.]

Dopodiché, fare gli sbruffoni con gli amici all’ostello. Piano piuttosto stupido, lo so. Ma, annebbiati dai fumi dell’alcool, sembrava un idea geniale!

Fatto sta che, il giorno seguente, ci incamminammo verso Stratford, verso cioè, la zona Olimpica. Eravamo concentrati e sicuri di noi. Studiammo strategie e piani d’approccio. Imparammo tutte le frasi necessarie per contrattare. Ci sentivamo pronti a sfidare e a battere il sistema. Un grande Uomo un giorno disse: “Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà.” Eravamo pronti a far diventare quella folle idea realtà!
Evidentemente non sempre funziona. Quantomeno non con due sprovveduti come noi.
Giunti spavaldamente a i cancelli, un signore paffutello ci riportò tristemente alla realtà. L’ultimo giorno di Olimpiadi la biglietteria era chiusa.
I piani di gloria andavano sgretolandosi. Avevamo fallito. Il sistema ci aveva battuti.

Sconsolati, raggiungemmo il vicino Victoria Park. Vi avevano allestito una zona con bar, intrattenimenti vari e maxischermi.
Finimmo la giornata bevendo birra (un sacco) insieme a un tipo rasta con il muso di leone tatuato sul’intera superficie della schiena.
Hastà la victoria!

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Stefano Sannino

Stefano Sannino

Salve ragazzuoli!
Mi chiamo Stefano Sannino.
Nato e cresciuto nella ridente cittadina di Montelupo Fiorentino. Perdigiorno professionista. Studente Universitario in Biotecnologie nei ritagli di tempo. Sono qui per raccontarvi le mie (dis)avventure in giro per il mondo.
Stay tuned

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