Arte

Intervista all’Artista: 7 domande a Francesco Francaviglia.

“I volti ritratti da Francesco Francaviglia sono quelli di donne coraggiose che vent’anni or sono, disprezzando il male, si schierarono a viso aperto contro la criminalità empia e brutale che insanguinava quella stagione. Volti che il trascorrere del tempo ha solcato di rughe; ma pur sempre belli. Belli d’una fierezza antica. Fisionomie ineluttabilmente mutate; e però, proprio per questo, in grado d’attestare che l’audacia, la ribellione, la resistenza, rimangono le stesse.” – Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi

Così si apre la mostra accolta nella splendida cornice della sala San Pier Scheraggio della Galleria degli Uffizi, un’esposizione che toglie il fiato, che, nonostante il tempo, ci riporta a quel 1992, anno massacrante per la Sicilia e per tutta l’Italia, che ha visto nella tragedia di Falcone e Borsellino il simbolo di una lotta alla mafia estenuante. L’artista Francesco Francaviglia ci mette davanti alle “Donne del Digiuno” che, come 22 anni fa, s’interrogano e ci interrogano con i loro sguardi penetranti e le loro espressioni eloquenti sulle stragi che la mafia continua a mietere giornalmente sulla nostra penisola.

 

1-Com’è nato il progetto?

Penso che chi svolge un lavoro come il mio abbia la possibilità di raccontare delle storie, il dovere di divulgare un messaggio, di esporsi utilizzando il proprio linguaggio ed esprimere da che parte stia, al di là delle peculiarità estetiche dell’immagine. 

La fotografia ha una funzione sociale ben precisa, crea memoria, conferisce alla storia una sorta d’immortalità.

Il mio lavoro sulle donne del digiuno racconta una storia importante, una storia vera, e la cronaca di questi giorni ci insegna che ora più che mai è importante ritrovare il senso della passione civile, il senso della legalità e della giustizia. 

 

2-Cosa rappresentano per lei e per la realtà siciliana le “Donne del Digiuno”?

Le donne del digiuno sono una pagina importantissima della risposta, da parte della società civile palermitana, al disegno stragista della mafia. Sono le donne che quel terribile giorno dei funerali degli agenti della scorta di Borsellino, mentre una folla immensa imprecava contro i politici, decidono di proclamare un digiuno nella piazza principale di Palermo. Si sono esposte senza timidezza, con autorevolezza, al di là delle appartenenze ad associazioni o partiti, denunciando ad alta voce e a viso scoperto, invocando le dimissioni del prefetto, del capo della polizia, del procuratore, dell’alto commissario, del ministro degli interni. Sono donne che, allora come oggi, chiedevano verità e giustizia. Denunciavano, con richieste che allora apparivano azzardate, i silenzi e le complicità di chi, all’interno delle istituzioni, avrebbe dovuto impedire le stragi.

Nei miei ritratti le donne del digiuno si presentano con un’inquadratura stretta, ancora una volta senza timidezza, con i loro volti fieri e bellissimi, con i segni del tempo che testimoniano una lunga storia di impegno civile, con delle forti sfocature che rendono protagonista assoluto il loro sguardo, testimone di un dolore ancora vivo.

 

3-Che significato ha per lei ritrarle oggi, dopo 22 anni?

Era circa un anno fa quando per la prima volta lessi delle donne del digiuno. Ricordo con quale emozione cercavo fotografie e articoli negli archivi dei giornali. Ci sono storie che ti emozionano al punto da impedirti di restarne spettatore. Ho voluto attraversare quella storia, l’ho fatto come uomo e come fotografo. Dopo pochi giorni ero a Palermo, e poi ho continuato a cercarle, a Genova, Roma, Milano… Sono passati ventidue anni dal giorno in cui quelle donne scesero in piazza, e nonostante il tempo, è necessario ricordare a noi stessi che la lotta alla mafia deve essere un impegno quotidiano, non solo della magistratura o delle istituzioni, ma fondamentalmente di noi tutti. Oggi, sempre più spesso, l’antimafia rischia di subire gli attacchi della retorica, io credo di essermi sforzato il più possibile di rendere questo lavoro fotografico “crudo”.

 

4-La scelta stilistica di far risaltare il volto delle donne, la luce dello sguardo, su uno sfondo nero è sinonimo di…

Fotografare è come tessere un rapporto particolare con ciò che si sta inquadrando, di complicità. Ritrarre le donne del digiuno è stato per me come riannodare, in maniera spontanea i fili di una storia, o forse di tante storie, a cui sapevo già di appartenere. Si può fare di una persona un numero illimitato di fotografie e non c’è mai un momento più importante di un altro e tantomeno una persona più interessante di un’altra, tutto può diventare commovente se nobilitato dall’attenzione del fotografo, ed è nel momento in cui il soggetto percepisce quell’attenzione che ti guarda in macchina e ti concede la sua frontalità, la sua fiducia, la lealtà. I miei ritratti emergono dal nero, sono avvolti da quello stesso nero che avvolge, ancora oggi, la verità sulle stragi di cui gli italiani sono affamati. 

 

5-Secondo lei, cosa è cambiato nella coscienza delle persone e nella società italiana da quel 19 luglio 1992?

Da cittadino, trovo importantissimo che Magistrati coraggiosi, che si battono per la ricerca della verità, e mi piace citare Franca Imbergamo della Procura Nazionale Antimafia che ha scritto il bellissimo testo di presentazione di questa mostra, accettino, nei limiti del possibile, un confronto con quella parte di società che chiede giustizia, che ha sete di sapere. Gli anni sono passati e nonostante la mafia abbia smesso di uccidere la sensazione è che ci sia ancora molto da fare. Molte delle testimonianze raccolte nel catalogo della mostra dimostrano che è ancora alta l’indignazione e che in tanti sentono l’esigenza di mantenere viva l’attenzione e la tensione sul tema. Certamente è cresciuta una cultura dell’antimafia e una consapevolezza della necessità di fare di essa uno dei collanti su cui costruire la nostra società. Ci sono stati anche molti elementi di ambiguità nella battaglia antimafia, specie negli ultimi anni. Io credo che il tempo che è passato abbia fatto consolidare un’esigenza forte di verità, di giustizia, di bisogno di affrancarsi definitivamente dal giogo della violenza mafiosa che è stata sempre elemento di arretratezza e di sopraffazione.

 

6-Cosa le è passato per la testa quando ha scoperto di essere il primo artista al quale la Galleria degli Uffizi dedica una personale di fotografia?

Questa mostra e questo libro hanno per me un grande valore perché uniscono la mia passione per la fotografia con qualcosa che sento profondamente, la storia della mia dignità e la dignità della gente. Esporre i miei ritratti all’interno di uno dei musei più prestigiosi al mondo mi rende particolarmente orgoglioso di poter contribuire con quella che è la mia professione a quello che è certamente un impegno collettivo. Ho realizzato questi ritratti seguendo l’urgenza dell’istinto. Questo ha caratterizzato la qualità, e la sincerità, del lavoro. Ogni incontro diventava il pezzetto di un quadro più grande, il frammento di una storia che appartiene all’Italia intera. Una storia che per motivi anagrafici non ho vissuto, ma che ho voluto ritrovare scavando in profondità, a distanza di tanti anni da quel terribile 1992 a Palermo e poi 1993 a Firenze, Roma, Milano. Quei ritratti sono ospitati all’interno degli Uffizi nella sala dell’ex Chiesa di San Pier Schieraggio, la stessa sala che ospita La battaglia di ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso, rappresentazione imponente e monumentale delle camicie rosse spronate da Giuseppe Garibaldi che sopraffanno i soldati borbonici sulla via da Palermo a Messina… Mi piace pensare che la storia raccontata dalle mie foto delle donne del digiuno s’iscriva in quella plurisecolare della lotta per l’indipendenza della nostra Nazione da ogni genere di servitù. 

 

7-Guida alla mostra: come uno spettatore dovrebbe porsi davanti ai suoi lavori.

Il mio è un linguaggio essenziale, io cerco gli occhi, cerco lo sguardo…quello sguardo che può commuovere o paralizzare, o ammonire. La macchina fotografica non è mai, in maniera naturale, priva di aggressività e fare un ritratto significa partecipare alla vulnerabilità dell’altro, diventarne confidente. Nei miei ritratti cerco un rapporto frontale, diretto, cerco le storie negli occhi di chi ritraggo. Ho fotografato con l’urgenza di raccontare l’orrore di quel tempo, mi sono sentito in dovere di ricordare, anch’io, con il mio lavoro, le vittime della mafia, vittime di quella violenza inaudita che ha insanguinato Palermo, la Sicilia, l’Italia. 

 

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Giulia Farsetti

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni: l’arte, il cinema, l’attualità e la scrittura. Ecco quindi la nascita di questo blog, che altro non è che un sublime connubio dei miei interessi.
Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista… La verità è che loro esistono, ma non siamo venuti ancora in contatto. Sto attendendo.

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