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Interstellar – recensione del film

Soltanto quando siamo alle strette tiriamo fuori il meglio/peggio di noi: è una verità insita nel genere umano che il cinema di fantascienza più volte ci ha messo di fronte in maniera più o meno diretta. Interstellar, l’ultima attesissima fatica di Christopher Nolan, sotto questo punto di vista non fa eccezione: all’interno di un guscio fatto di mirabolanti effetti visivi, possiamo trovare un tuorlo di spessore e riflessione sul comportamento umano, specie quando quest’ultimo è chiamato ad azioni drastiche in situazioni di emergenza, come quella che riguarda Cooper, un ex-pilota della Nasa, e i suoi figli, la docile Murph e il diligente Tom, alle prese con un mondo in rovina a causa di tempeste di sabbia sempre più frequenti che rischiano di condurre il genere umano all’estinzione. La bambina appare turbata da alcuni strani fatti che avvengono nella sua cameretta, che lei imputa alla presenza di un fantasma, ma il padre sembra essere diffidente fino quando lui stesso si accorge che si nascondono le coordinate per un luogo misterioso. Dopo aver seguito il segnale, i due si ritrovano in una base operativa della NASA per cui il protagonista aveva lavorato in passato, in cui gli viene ora affidato un compito: viaggiare nelle varie Galassie allo scopo di trovare un Pianeta abitabile per condurre alla salvezza gli esseri umani. Cooper parte, nonostante le suppliche disperate della figlia; inizia un viaggio parallelo di questi due personaggi attraverso dimensioni spazio-temporali differenti, dove gli ordini causali che reggono la vita ecologica della figlia sulla Terra sono completamente infrante nell’avventura che si ritrova ad affrontare il padre, immerso insieme ad altri membri dell’equipaggio in un pericoloso viaggio, dove il tempo trascorre molto più lentamente.

Il protagonista nel corso del suo pellegrinaggio nello Spazio si trova di fronte a situazioni di estremo pericolo, in eventi non quantificabili secondo logiche di analisi scientifica, ma l’aspetto peculiare della produzione riesce a far emergere comunque i lati più limpidi e oscuri dei sentimenti umani anche in questi casi, ovvero quando un piccolo gruppo di persone agisce in un ordine spazio-temporale così lontano dal Pianeta d’origine. Gli uomini rimangono tali, nel bene o nel male, ovunque si trovino. Alcune teorie fisiche e chimiche, che il film ci spiega in un paio di scene, per quanto funzionali alla progressione narrativa, appaiono ben presto soppiantate da motivi più profondi e intimi che riguardano le azioni dei personaggi nel loro viaggio spaziale, in cui si assiste in modo particolare alla contrapposizione personificata dell’altruismo contro l’egoismo. Il rischio più grande che poteva correre Nolan era quello di rimanere ancorato ai canoni della fantascienza per poi convogliare su basi irrazionali alcune macro-spiegazioni di carattere puramente narrativo, che il regista invece riesce a incastrare perfettamente all’interno di una sceneggiatura che non si lascia mai sfuggire quei tratti di riconoscibilità e veridicità terrena a cui, paradossalmente, il film fa riferimento per tutta la sua durata: sotto questo punto di vista, è geniale che l’elemento cruciale su cui si snoda un eccellente colpo di scena finale appartenga a un ordine d’esistenza tangibile, nonostante l’opera tocchi spesso vette di pura immaginazione su ciò che potrebbe esistere al di là dell’orizzonte potenzialmente conoscibile. L’enfasi sulle vicissitudini umane, travalicanti ogni confine spazio-temporale e ogni principio logico-scientifico, è enfatizzato anche da un altro fattore: più volte si ha, infatti, l’impressione che i personaggi facciano riferimenti ad altri esseri… forse degli alieni, parlando spesso di entità misteriose… ma anche in questo caso Nolan riesce a non cadere in trappola, inducendo certi pensieri negli spettatori per poi sovvertirli nel finale grazie all’estrema focalizzazione sul nostro genere naturale di appartenenza, presente sia in maniera personificata che sub-conscia all’interno di svariate azioni a cui assistiamo.

Il regista riesce inoltre a conciliare i gusti del pubblico di massa con quelli più colti degli intenditori: il problema tra cultura alta e cultura di massa, infatti, sebbene sia ormai vecchio quanto il mondo, sembra ancora trovare in disaccordo molte persone, che in ambito cinematografico spesso etichettano come “americanate” le produzioni che si portano sulle spalle vagonate di dollari ed effetti speciali massicci. Nolan riesce a soddisfare tutti e lo fa grazie a una duplice essenza che caratterizza il suo film: da un lato “accontenta” gli appassionati del piacere più puro e visivo della settima arte, dirigendo alcune scene d’azione molto spettacolari e cariche di frenesia, sottolineate dall’emozionante accompagnamento musicale di Hans Zimmer; dall’altro lato invece nasconde, più o meno nello stesso modo per tutto l’arco del film, un orizzonte più profondo, che riguarda appunto la personificazione di alcuni tratti più estremi dei caratteri umani, capaci di sfondare ogni barriera fisica scientificamente analizzabile.

Interstellar quindi non è solo un film di fantascienza finemente realizzato, è una riflessione su noi stessi, sui nostri limiti e le nostre potenzialità come esseri umani, sulla possibilità di trovare soluzioni dal nulla in momenti di apparente disperazione così come di inseguire obiettivi per vite intere senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Ogni tanto occorre fermarsi, ascoltare gli altri, fare tesoro di certi consigli e andare avanti prendendo spunto da una necessaria umiltà per migliorare. Se è vero che la logica della grande catena regge questo mondo, ovvero se veramente tutti insieme unendo le proprie risorse possiamo riuscire a toccare vette inimmaginabili dettate dalla somma delle singole parti in gioco, vuol dire che se davvero facciamo uno sforzo, ascoltando chi ci sta intorno, forse possiamo riuscire a migliorare noi stessi trascendendo la stessa cosa in maniera inconscia anche agli altri, indotti a comportarsi nello stesso modo. Apriamo gli occhi e le orecchie!

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Matteo Genovesi

Matteo Genovesi

Nato nel 1989 e cresciuto con pane, cinema e videogiochi… il sottoscritto è sempre rimasto saldamente ancorato ai valori fanciulleschi nonostante la veneranda età di 25 anni lo stia chiamando a crescere sul serio. Ma il sottoscritto se ne frega della crescita e preferisce continuare a covare le sue passioni che aveva fin da bambino (specialmente la scrittura), conscio che un giorno o l’altro potrà dire a tutti i detrattori “visto che avevo ragione io?” :)

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