La macchina dei pensieri

Guida linguistica per i toscani in Abruzzo. Primo step

Hi konbanwa!

Il capodanno, si sa, è un tasto dolente sui calendario di molti giovani: non è un segreto che più si avvicina il fatidico giorno, più cresce l’ansia da festeggiamento. Il mio capodanno è stato piuttosto non convenzionale, infatti ho percorso circa 500 km e….. mi sono trasferita in Abruzzo!

Non è facile spiegare in poche battute le motivazioni sentimentali e universitarie che mi hanno spinto a prendere baracca e burattini e cambiare regione e mare, né è questo post la sede giusta per farlo. In questo primo articolo mi divertirò a riportare qualche osservazione sulla fusione tra terra dove il sì suona terra degli arrosticini. Permetto che questo è un post ironico e, passasse un abruzzese, l’intenzione è quella di ruzzare un po’ sulle avventure di una piccola toscana immersa in un mondo totalmente nuovo.

Mi soffermerò sulle differenze linguistiche, principale motivo di fraintendimenti, errori, non voluti doppi sensi, eccetera, eccetera. Se tutto questo risultasse offensivo, risparmiate gli ‘ngul a mammt, pensate solo che ‘a capa mia nun è bon’ , e passate all’articolo successivo. Dal momento che la mia osservazione (o, se vogliamo, auscultazione) è in continuo aggiornamento, ho deciso di affrontare l’argomento per gradi, con diversi step di apprendimento linguistico. Inizierò dunque parlando molto genericamente delle differenze linguistiche, partendo dalla “metrica” fino a giungere, attraverso step intermedi, a veri e propri modi di dire (comprese le offese che, diciamocelo, sono la prima cosa che impariamo nelle nuove lingue!).

 

Guida linguistica per i toscani in Abruzzo.
Primo step: intonazione della frase.

La prima differenza e, se vogliamo, difficoltà che il toscano si trova a dover affrontare, è la diversa intonazione della frase (detta anche, a casa mia, la ‘alata). Se siete abituati alla parlata veloce, colorita e vernacolare del fiorentino (del livornese non mi azzardo a parlare, perché non so nemmeno se sia un dialetto o una lingua a sé), vi troverete di fronte a un sistema metrico e di accentazione totalmente sconvolto. Ad esempio, se a Firenze (o meglio, in provincia) direste: “Manuèla, che ci sei bell’andà’a alla ‘òp stamàni?”, qui quello che sentireste è più o meno: “Ā Ma! Chè, giàcisei andāta al supermercāto?”. Ok, comprendo perfettamente quanto sia complesso capire la diversità di accentazione senza usare un adeguato alfabeto fonetico o meglio ancora un audio. Vi basti sapere, se non volete cimentarvi in una prova di speaking, che l’abruzzese ha un’accentazione discendente, dalla cadenza quasi (passatemi il termine), “lamentosa”, dovuta principalmente al classico incipit vocativo. Se non state ancora capendo tranquilli: a breve analizzerò nei dettagli vari costrutti.

È facile immaginare che, in un mondo di patronimici, raddoppiamento fonosintattico e abolizione del verbo essere in luogo di “trovarsi”, la vostra c aspirata e la vostra calata sono come un grosso cappello a sonagli nel bel mezzo di una biblioteca: se pensate di passare inosservati e confondervi provando a ignorarla, non provateci nemmeno: l’effetto è quello di attirare ancor di più l’attenzione. Tra l’altro, vi potrà stupire un’apparentemente banale verità, ovvero che non è per niente semplice rinunciare all’amata c aspirata. Credetemi: ci ho provato invano. Se nella vostra testa riuscite a pronunciare una c viva e vibrante, state tranquilli che quando darete fiato alle trombe risulterà poco credibile come sempre, a meno che non abbiate fatto un corso di dizione (e allora che cavolo state leggendo questo post?) o siate aretini (e allora non siete toscani). Vi stupirà forse ancor di più che, nove persone su dieci, saranno invidiose del vostro accento. Ovviamente ciò non significa assolutamente che gli abruzzesi soffrono di complessi d’inferiorità verso il toscano, ma che mi è capitato spesso di sentirmi dire (no, non “ti prego, dimmi: una coca cola fresca fresca con la cannuccia corta corta tutta colorata”): ” io adoro il vostro accento”. Qualcuno mi ha addirittura detto “io mi sento rozza, voi avete il dialetto più simile all’italiano corretto”.

Per quanto discutibile possa essere questa affermazione, non è un falso che l’italiano si sia andato formando sulla scia del fiorentino del Trecento passando attraverso la norma cinquecentesca. Comunque sia, cari abruzzesi, non crediate che noi toscani siamo perfetti: a volte non ci capiamo nemmeno tra di noi, altro che italiano (come dimostra l’atavica questione dello strumento usato per stendere i panni, si tratti di molletta o nottolino)!

Questo era un primo assaggio della mia indagine linguistica. Per chi fosse interessato, il gemellaggio Toscana – Abruzzo continuerà presto con altri divertenti aneddoti.

Sayonara!

 

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Aligiu Giafogli

Aligiu Giafogli

Hi konbanwa! Sono nata a Empoli nel 1992, da sempre ho un'immensa passione per la scrittura, la letteratura e l'arte (e anche per i maglioni invernali e i gatti neri e obesi, ma questa è un'altra storia). Sono una persona caotica, romantica, talvolta incoerente, e i miei molteplici interessi (lo vedrete, anzi: lo leggerete!) rispecchiano la mia personalità. Da gennaio 2015 mi sono trasferita dalla piccola e tranquilla Limite sull'Arno all'Abruzzo, dove a breve inizierò a frequentare la magistrale di Filologia moderna. Che altro dire di me? Ho una perenne e infinita wish list di esperienze da fare, libri da leggere, posti da visitare. Adoro tutto ciò che è bordeaux, le penne bic nere e gli anime, e il mio sogno nel cassetto è vedere l'aurora boreale mangiando una tazza di latte e cereali. Se m’incontrate per strada offritemi un ginseng... ma non portatemi mai a una bancarella di libri usati: potrebbe essere l'ultima cosa che fate.
Sayonara!

2 Commenti

  1. raniero
    8 Marzo 2015 at 9:24 — Rispondi

    sono romano, lavoro con molti abruzzesi, in particolare marsicani. Alla fine sono come noi, incluso il fatto che pensano che non sia così.
    il tuo pezzo è divertente, ma è necessario approfondire.
    La cantilena lamentosa del pescarese è fatta di campanelli din din din, quella del marsicano è fatta di campanacci delan delan, e mi immagino che le altre siano ancora diverse.
    Ti invito a proseguire il lavoro e, per cortesia, dove si dice molletta e dove nottolino?

  2. Aligiu
    10 Marzo 2015 at 8:25 — Rispondi

    Ciao e grazie del commento! A breve seguiranno altri due post in cui avrò modo di analizzare altre abitudini linguistiche abruzzesi, oltre ai modi di dire più comuni. Trovo molto interessante calarsi in un contesto linguistico diverso dal proprio per imparare nuove cose anche sul nostro dialetto. Per quanto riguarda “l’atavica questione”, si tratta di due varianti usate nel paese da cui provengo, Limite sull’ arno, e potrei citare moltissimi altri casi di “incomprensione kinguistica!” anche all’interno dello stesso contesto linguistico, come ad esempio il “barroccino” indica solitamente un furgone di piccola dimensione piuttosto malmesso, ma per alcuni rappresenta invece il passeggino per bambini. A presto,
    Aligiu

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