Cinema

Grand Budapest Hotel – un piccolo magico micromondo

[…nel corso degli anni ho iniziato a pensare di voler realizzare qualcosa ispirato al lavoro di Stefan Zweig (scrittore, giornalista, drammaturgo austriaco dei primi anni del ‘900). Ho iniziato a leggere qualche suo lavoro e mi è venuto in mente di fare qualcosa di simile. La prima cosa che ho letto è stata L’impazienza del Cuore ed ho fin da subito amato il suo modo di fare entrare il lettore all’interno della storia. Poi ho letto Il mondo di ieri, il suo libro di memorie che ricorda molto un ritratto. La cosa che mi ha impressionato di più è la sua descrizione dell’Europa e di Vienna prima del 1914 e di come molte sue idee sono cambiate nel tempo con l’avvento del nazionalismo e in seguito del fascismo e del socialismo. La storia di The Grand Budapest Hotel non è legata a nessuna storia di Zweig (nella pellicola è mostrato che è liberamente tratto proprio da Il mondo di ieri, n.d.r.), ma la sua visione fa da cornice al nostro film.]

Wes Anderson

 

 

Grand Budapest Hotel è un piccolo fantastico micromondo che Wes Anderson ha creato per il suo ultimo film; dopo la casa al 111 di Archer Avenue dei Tenenbaum, la nave di Steve Zissou, il treno per Darjeeling e l’isola New Penzance di Moonrise Kingdom, adesso si entra nel magico mondo del Grand Budapest Hotel a Zubrowka.

Tramite l’utilizzo di flashback torniamo indietro fino al 1932 quando il leggendario

Grand Budapest Hotel - simmetria

Grand Budapest Hotel – simmetria

concierge del lussuoso albergo, Gustave H, e il suo lobby boy (e amico) innescano una serie di eventi che si trasmutano in (dis)avventure sullo sfondo di un rapido e radicale cambiamento del continente durante le due guerre. I personaggi, interpretati da un cast stellare, sono caratterizzati “alla Anderson”: uno schema ricorrente dove accessori o modi di fare rivelano la vera identità dei personaggi, in un delineato, pignolo, profilo; Gustave H e il suo amico affrontano le avventure circondati da un caleidoscopio di personaggi secondari, aggiungendo dinamismo e ironia, in un magico mondo surreale (rimanendo lontano dall’irreale mondo di Mood Indigo di Michel Gondry) creato nei minimi particolari. Una commedia ironica e riflessiva (uno specchio a colori del recente Nebraska di Alexander Payne), colmo di ritocchi digitali post produzione, più o meno visibili, che aiutano a rendere il film così particolare e, al tempo stesso, magnifico. 

Grand Budapest Hotel diventa l’apoteosi stilistica e narrativa del regista che vanta identificabilità, insieme a pochi altri (mi viene a mente Quentin Tarantino), non solo dovuta alla caratterizzazione dei personaggi, ma anche al mondo color pastello e allo studio delle sequenze: ogni inquadratura o movimento di macchina è meticolosamente studiato; le solite lunghissime carrellate, le incredibili inquadrature geometricamente perfette, la fotografia favolistica, sono i veri e propri marchi di fabbrica di Anderson. Ma nel film non è presente solo Anderson, ma anche richiami alla commedia hollywoodiana anni ’30-‘40 che strizza l’occhio a registi come Billy Wilder e Ernst Luitsch, e a un maestro del thriller e della suspanse come Alfred Hitchcock (la sciata in stop-motion, dove Willem Dafoe è un pupazzetto di pochi centimetri in un set in miniatura, o l’inseguimento al museo ricordano lo stile del regista inglese). E come non vedere nei film di Anderson un po’ di Kubrick? Se in Anderson il mondo è color pastello, i film di Kubrick si tingono di un’atmosfera cupa, ma entrambi hanno una maniacale ossessione per il dettaglio. Forse non è un caso che uno dei mentori del regista texano sia proprio lo stesso Kubrick, del quale si avvale anche della medesima costumista di numerosi film del newyorkese (Arancia Meccanica, Barry Lyndon, Shining); nel corso della storia del

Marie Antoniette Sofia Coppola

Marie Antoniette Sofia Coppola

cinema Milena Canonero ha creato costumi per più di 40 pellicole (Marie Antoinette con le sneakers vi ricorda qualcosa?) e ha legato il suo estro a questi due registi visionari; ma ciò che più li accomuna è inevitabilmente quella ricerca meticolosa del dettaglio e della prospettiva. La simmetria nelle sequenze filmiche di entrambi i registi è un importante aspetto di molti film e la tecnica usata conferisce un’eleganza e un senso di precisione introvabile in altri registi: il regista giapponese Yasujiro OzuIl, conosciuto come Kogonda, ha recentemente creato una compilation di scene di film di Anderson (escluso il primo Bottle Rocket, che fu girato quando ancora non si era formato il suo stile idiosincratico) tratteggiando una linea al centro dello schermo; lo stesso studio è stato fatto, tra l’altro, anche per i film di Kubrick. Ma non si parla certo di plagio, anzi, lo stesso Anderson sottolinea in una recente intervista che quando gira crede di creare qualcosa di unico e personale, ma solo successivamente si accorge di quanto quella scena, idea, sequenza, ricordi una di Kubrick (di Polanski o di Fellini, gli altri due maestri ai quali si ispira)… Io preferisco vederli come piccoli omaggi a dei grandi registi, che Anderson riprende per creare qualcosa di unico, in uno splendido manifesto dell’arte: entri nel microcosmo circoscritto e isolato, osservi i grotteschi ed eclettici personaggi e le loro  rocambolesche avventure e non vorresti più uscirne. 

 

[Curiosità: Grand Budapest Hotel in Lego Style]

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Giulia Farsetti

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni: l’arte, il cinema, l’attualità e la scrittura. Ecco quindi la nascita di questo blog, che altro non è che un sublime connubio dei miei interessi.
Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista… La verità è che loro esistono, ma non siamo venuti ancora in contatto. Sto attendendo.

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