Arte

Frida Kahlo

«Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi mi sono detta: ci sono così tante persone nell’universo, ci dev’essere qualcuno proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io»

 

Ancora pochi giorni per vedere a Roma la mostra dedicata a Frida Kahlo, una delle artiste più influenti del ‘900, che ha fatto del suo dolore, del suo amore e del suo attivismo politico argomenti sostanziali della sua arte, a sua volta motivo principale di vita.

Fino al 31 agosto, infatti, si potranno vedere importanti lavori della Kahlo alle Scuderie del Quirinale, in una mostra incentrata sulla sua figura in un’analisi storico-analitica; a settembre, invece, sarà possibile visitare un’altra mostra a lei dedicata a Genova, in una versione più intimistica e privata.


Frida Kahlo Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940 Olio su lamina metallica, cm 63,5 × 49,5 Nickolas Muray Collection Austin, University of Texas, Harry Ransom Center © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014 - romaNon è vero che senza conoscere la vita di Frida non si possono capire le sue opere: basta guardarla negli occhi, nei suoi maestosi autoritratti per coglierne l’essenza, della sua anima, della sua passione e del suo fragile corpo; dal suo volto si legge la sua storia, il suo incidente, il dolore della perdita di tre bambini (causati da un corpo troppo delicato), il rapporto contrastante con il muralista Diego Rivera. La vita della messicana Frida è stata intensa, fin dalla gioventù, quando un gravissimo incidente la costrinse in un letto di ospedale per mesi, a insopportabili dolori, a corsetti di acciaio e in gesso, per sorreggere quella spina dorsale estremamente martoriata. Da quel momento, l’amore per l’arte e per la vita l’hanno portata a dipingere «per me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio», avendo sul soffitto del letto a baldacchino uno specchio che le permise di guardare la sua sofferenza e la sua forza; ed è proprio quello che traspare dai suoi quadri. Nell’autoritratto “La colonna spezzata” (1944) la sua spina dorsale è raffigurata come una colonna ionica rotta in più punti, visibile da uno squarcio che dal collo arriva fino alla fine del busto; il volto solcato dalle lacrime e i tantissimi chiodi conficcati in tutto il corpo nudo mostrano non tanto il dolore, ma la forza e lo spirito combattente di una donna risoluta e coraggiosa.

Frida ha dovuto fare i conti con una vita inevitabilmente difficile, anche nel rapporto amoroso e relazionale con l’artista Diego Rivera; si sposarono nel 1929, quando lei, appena 22enne, si affacciava al panorama artistico, mentre lui, 42 anni, era già un artista affermato soprattutto per quanto riguarda i murales, nei quali raffigurava sempre le vicende del suo popolo, della loro schiavitù, utilizzando uno stile decorativo e descrittivo folkloristico. Lo stesso stile fu poi ripreso dalla Kahlo che utilizzò abiti e accessori folkloristici, testimonianza delle influenze culturali precolombiane e coloniali. Il rapporto con Diego fu vissuto in maniera intensa e passionale, nonostante le numerose storie extraconiugali da parte di entrambi; ma nel 1935 Diego iniziò una relazione con la cognata Cristina Kahlo, che ferì profondamente Frida, come qualche colpo di pugnale. “Qualche colpo di pugnale” (1935) è un’opera che raffigura l’omicidio di una donna, uccisa per gelosia, dal marito che si difese davanti al giudice dicendo “Ma era solo qualche colpo di pugnale!”, ripreso da un fatto realmente accaduto in quel periodo. La visione decisamente sanguinolenta e violenta da parte dell’uomo verso la donna non può altro che essere metafora della sofferenza di Frida davanti alla scoperta della relazione di Diego con la sorella; dopo la fine della relazione fra i due, Frida tornò da Diego, imponendo la sua libertà (iniziando frequentazioni di diversa natura, anche con Lev Trotzkij nel 1937 e successivamente con donne). Era una pittrice, all’epoca, controtendenza perché il murale era caratterizzato dalle grandi dimensioni, mentre lei predilesse sempre quadri di piccole dimensioni, curando il dettaglio e cercando l’intimità: nonostante che nei suoi lavori siano presenti richiami alla società politco-culturale del suo paese e rimandi ai costumi del suo popolo, a differenza dei murales, i suoi quadri si pongono quasi esclusivamente su una visione quasi narcisistica e personale.

«La mia pittura porta dentro il messaggio del dolore. Credo che, quanto meno, a qualcuno interessi […]. La pittura mi riempì la vita. Persi tre figli e un’altra serie di cose che avrebbero dato un senso alla mia vita orribile. Tutto questo fu sostituito dalla pittura. Io credo che il lavoro sia la cosa migliore». Anche la perdita dei figli avvenuta fra il 1930-1940 fu causa di enorme sofferenza: il “Bozzetto per l’Henry Ford Hospital” (1932) è l’emblema del dolore di quei figli persi e della situazione di abbandono durante il soggiorno negli Stati Uniti di Frida e Diego.

Fra il 1928 e il 1934, infatti, i due furono costretti a volare in America perché in Messico il nuovo governo iniziò una dura repressione dei dissidenti politici, dichiarando così il Partito Comunista fuori legge. Nei suoi scritti si legge che la Kahlo è desiderosa di far diventare i suoi dipinti “qualcosa di utile”, che possa servire alla rivoluzione; “Il marxismo guarirà gli infermi” (1954) è un manifesto dell’utopica visione di Marx che riesce a liberare il mondo dalle sofferenze (Frida rappresenta la sofferenza, in quel bustino costantemente presente nella sua vita, che ritroviamo nella mostra decorato con simboli). Ecco, quindi, che l’influenza di Diego e del muralismo, con le consuete componenti ideologiche e politiche, si fanno vive nel mondo dell’arte di Frida, che per un periodo si è avvicinata al mondo surrealista. Ne “Il mio vestito è appeso là” (1933) la Kahlo pone al centro della rappresentazione il tipico abito messicano su uno sfondo che richiama un paesaggio capitalistico, che unisce le strutture futuristiche architettoniche tipiche delle megalopoli statunitensi a quelle del periodo classico in un connubio quasi ironico, elogiando lo stravolgimento dei valori sociali e civili della modernità, e onirico, con evidenti influenze surrealiste. Il suo amore per la natura, però, esula e lo allontana dal surrealismo ufficiale; in molte opere, oltre ai colori della bandiera nazionale messicana (bianco, rosso e verde), sono raffigurate flora e fauna, quegli animali che gli hanno fatto compagnia in quelle lunghe giornate di solitudine. In “Autoritratto con collana di spine e colibrì” (1940) Frida raffigura una fitta vegetazione e la scimmia e ilNickolas Muray Frida a New York, 1946 The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca Photo by Nickolas Muray © Nickolas Muray Photo Archives gatto nero: l’opera racchiude in sé una simbologia religiosa, dove Frida, con uno sguardo del Cristo medioevale, sposta la corona di spine sul collo, creandone una collana, fonte di dolore e angoscia e che, agli estremi della collana inserisce le lettere D e F, legato insieme dalla gioia, dall’energia, simboleggiata dal colibrì. La Kahlo si ritrae spesso come dea, o icona
religiosa, come nel dipinto “Autoritratto con vestito di velluto” (1926), in cui l’artista si ritrae come una Madonna rinascimentale, richiamando velatamente Botticelli e il Parmigianino; il quadro è esposto, seguendo le indicazioni di Frida, ad altezza occhi, dando l’impressione di guardare il suo volto costantemente, cercando di scoprire ciò che ha dentro. Una versione molto intimista si percepisce anche negli scatti di Nickolas Muray, suo amante per 10 anni, che ha esaltato il suo stile, eccentrico e variopinto, ma ha saputo cogliere anche l’intensità del suo sguardo, distaccato e misterioso.

«Dipingere ha arricchito la mia vita», la sua pittura arricchisce la nostra, giorno dopo giorno.

 

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Giulia Farsetti

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni: l’arte, il cinema, l’attualità e la scrittura. Ecco quindi la nascita di questo blog, che altro non è che un sublime connubio dei miei interessi.
Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista… La verità è che loro esistono, ma non siamo venuti ancora in contatto. Sto attendendo.

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