CinemaLa macchina dei pensieri

Boyhood: tutto ciò che non ci è piaciuto

Premetto che è stato difficile scegliere di scrivere qualcosa su Boyhood. Premetto anche che è stato estremamente difficile scrivere qualcosa su Boyhood. Non la chiamerò recensione, ma soltanto una vomitata di pensieri sul film… che non ho neanche finito di vedere (e sì, “vomitata” è una parola che non ho scelto a caso!).

Entusiasta dell’idea alla base del film, non appena ho visto la locandina sullo schermo dell’aereo diretto a Capetown, con scalo a Dubai (clicca qui per scoprire le meraviglie del nostro viaggio in Sudafrica), mi sono infilata cuffie e cuscino e via, isolata da tutti a vedere uno dei film che più m’incuriosiva negli ultimi anni. In realtà non è altro che la vita di lui, pseudo emo, che ha una mamma che incappa incessantemente in scelte sbagliate con uomini alcolisti e violenti, con una teenager come sorella e un babbo che cerca di non far pagare ai figli gli errori commessi. Mh. Se la concezione del film è favolosa, cioè quella di sviluppare il film in 12 anni (che poi sono poco più che 11, ma diciamo 12) , dove gli attori crescono e invecchiano veramente nell’arco della pellicola, la realizzazione è decisamente vacua e no-sense: dialoghi buttati lì, silenzi che lasciano allibiti e una trama di niente, con una sceneggiatura imbarazzante. Ma questa è la vita. Ma io guardo un film, dovrà pure succedere qualcosa?! E non ci sbagliamo, “qualcosa” non significa macchine che diventano robot o uomini che si trasformano in supereroi con la calzamaglia, vuol dire semplicemente che devo vedere una storia che rapisce lo spettatore e lo porta con sé in quel mondo. In Boyhood non succede niente di tutto questo: non riesci a sentirti coinvolto, a impersonificarti con nessuno dei personaggi, ma soltanto a osannare una scelta stilistica senza precedenti… Senza precedenti, davvero? Pensiamo a Harry Potter. Non è forse un film di formazione (come Boyhood) dove si vedono i protagonisti crescere e i personaggi secondari invecchiare, e morire, (come Boyhood)? E non mi dite che è diverso perché Boyhood è in un film solo (di 3 estenuanti ore) e Harry Potter è spalmato in 8 film, perché questa teoria non sta in piedi: l’idea di fondo, che tanto è piaciuta ai critici (e inizialmente anche a me), non è altro che un pretesto per esaltare un film che racconta “la vita vera” di una “famiglia vera” che altrimenti non avrebbe considerato nessuno perché priva di identità, di una buona recitazione e di una sceneggiatura valida.

Il cinema è bello perché è magico, anche quando parla della vita vera (i fratelli Taviani ne sanno giusto “qualcosina”), ma in Boyhood la magia del cinema è stata nascosta, astutamente e miseramente, nella “scusa” stilistica dei 12 anni.

Il finale? Boh, non l’ho visto. Per la prima volta nella mia vita, non sono riuscita a finire di vedere un film.

 

“[…]Gli spettatori che vanno al cinema conducono una vita normale e al cinema vanno a vedere cose straordinarie, incubi. Per me il cinema non è una fetta di vita, ma una fetta di torta. L’essenziale, affinché lo spettatore possa apprezzare l’anormalità nel suo pieno valore, è che questa anormalità sia mostrata con il più completo realismo. […]”

Alfred Hitchcock

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Giulia Farsetti

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni: l’arte, il cinema, l’attualità e la scrittura. Ecco quindi la nascita di questo blog, che altro non è che un sublime connubio dei miei interessi.
Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista… La verità è che loro esistono, ma non siamo venuti ancora in contatto. Sto attendendo.

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