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BIRDMAN – quando la fantasia aiuta la realtà

Un cast stellare e la firma del regista messicano Alejandro González Iñárritu hanno accompagnato Birdman alla sua uscita nelle sale, recentemente premiato con quattro Oscar, tra cui il più ambito come miglior film dell’anno.

Birdman si concentra sulla vita di Riggan Thompson, un attore reso famoso dall’interpretazione di un personaggio sul grande schermo (il super-eroe Birdman, appunto) poi finito a recitare in una caotica compagnia teatrale. La sua nostalgia dei tempi d’oro è evidente: Riggan (interpretato da uno strepitoso Michael Keaton) non riesce a liberarsi degli spettri di un passato che il suo subconscio rimpiange e gli fa pesare sulla vita quotidiana: ogni giorno, infatti, il celebre supereroe che lo ha reso famoso torna prepotentemente nella sua mente a tormentarlo, causandogli gravi crisi isteriche. Birdman rappresenta la concretizzazione inconscia dell’animo turbato di Riggan, voglioso di riscattare l’insuccesso in cui è decaduto con una martellante ribellione nei confronti del Pianeta.

L’oscillazione tra realtà e fantasia è costante per l’intero arco del film, nonostante il regista riesca in maniera implicita a far percepire con sagace naturalezza allo spettatore quale dei due orizzonti stia guardando. Le soluzioni stilistiche chiamate in causa da Iñárritu per metaforizzare il caos interiore del protagonista e separare la realtà dalla fantasia si possono riassumere in due gruppi: da un lato c’è una colonna sonora basata su incisivi assoli alla batteria che colpiscono lo spettatore con martellanti sonorità ogni qual volta il povero Riggan si ritrova di fronte il suo ribelle subconscio, dall’altro lato ci sono degli effetti speciali visivi che il regista tira in ballo ogni qual volta il protagonista sembra avere dei veri super-poteri in grado di modificare la morfologia dell’ambiente reale in cui si trova. Birdman però nasconde una sorpresa dietro ogni suo fotogramma: nonostante all’apparenza sembri evidente il distacco tra la realtà dei fatti, rappresentata da una compagnia teatrale in cui ne avvengono di tutti i colori (da segnalare qui le superbe interpretazioni di Edward Norton e Naomi Watts su tutti) e la proiezione mentale del protagonista, rappresentata da scene cariche d’adrenalina in cui si assiste a una voluta celebrazione dell’artificio, il film spesso rimette in gioco le sue carte nell’arco della progressione, mostrando quanto possa incidere, sia in senso positivo che negativo, il SuperIo di una persona nel corredo delle azioni che compie nell’arco della vita quotidiana apparentemente legata ai limiti imposti dalla coscienza comune. 

La presenza di Birdman come personaggio immaginario, rappresentando la ribellione che scuote l’animo turbato del protagonista, non solo serve per donare un cambiamento radicale alla sua vita all’interno del percorso narrativo dell’opera, ma anche per riflettere sul ruolo della cultura cinematografica americana: Riggan, infatti, si troverà ben presto a che fare con i gusti del pubblico, riuscendo a fatica a scindere la sua volontà d’espressione con le richieste delle persone. Un problema serio, a cui ogni artista deve far fronte nell’arco della sua carriera. Il regista, sotto questo punto di vista, metaforizza con una sequenza sublime tutta la sua voglia di esprimere qualcosa di originale al pubblico, anche a scapito di stare antipatico a qualcuno o alla stessa cinematografia statunitense contemporanea, spesso basata nel vanitoso utilizzo di scene spettacolari (a scapito della profondità narrativa) per sorprendere il pubblico.

 

Birdman è dunque un’opera che riesce a toccare con impatto notevole le corde emotive di ogni spettatore grazie ad accurate soluzioni stilistiche, condendo il tutto con una trama ricca di colpi di scena (soprattutto negli ultimi trenta minuti), una riflessione metacinematografica di assoluto spessore e una focalizzazione sulla psicologia interiore all’interno del mondo contemporaneo. Un’opera totale e totalizzante, capace, per sue molteplici possibilità d’approccio alla visione a cui si predispone implicitamente, di piacere potenzialmente a chiunque.

 

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Matteo Genovesi

Matteo Genovesi

Nato nel 1989 e cresciuto con pane, cinema e videogiochi… il sottoscritto è sempre rimasto saldamente ancorato ai valori fanciulleschi nonostante la veneranda età di 25 anni lo stia chiamando a crescere sul serio. Ma il sottoscritto se ne frega della crescita e preferisce continuare a covare le sue passioni che aveva fin da bambino (specialmente la scrittura), conscio che un giorno o l’altro potrà dire a tutti i detrattori “visto che avevo ragione io?” :)

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