Arte

Banksy compare a Roma… Davvero?

 

Da giorni ci chiediamo “ma quel murales di Papa Francesco in Vespa apparso a Roma, sarà davvero un Banksy autentico?”

L’opera, in via della Conciliazione, ha la firma di Banksy ed è irriverente e ironico come le altre opere dello street artist inglese, ma tutti si chiedono se sia un fake… Mi auguro di no! Indipendente dai gusti, soggettivi e insindacabili, è altrettanto indiscutibile che un’opera di uno degli artisti più sfrontati dell’arte contemporanea sia un richiamo per curiosi e turisti (come, infatti, già lo è)!

In un mondo in cui tutti fanno di tutto per i famosi 15 minuti di notorietà, lui (pare un certo Robert Gunningham) fa di tutto per rimanere nell’anonimato più assoluto; nonostante questo, il suo lavoro sparso per il mondo è riconosciuto e apprezzato da addetti ai lavori e non. Anti-capitalistico, anti-istituzionale, anti-guerra, anti-conformista, Banksy espone la sua arte senza chiedere permessi, contro gran parte del potere e dei mass media, che lo giudicano vandalo, puerile e i suoi lavori solo macchie da coprire e oggetti fine a se stessi. Banksy, quindi, ci “impone” la sua visione d’arte… Ne siamo proprio sicuri? A pensarci bene, esporre viene dal latino ex (fuori) e ponere (porre), cioè mettere fuori (all’aria aperta, alla vista). Già, perché una qualunque esposizione è la volontà di rendere pubblico una o più opere d’arte; quindi quella esposta in un museo diventa imposta poiché posta-in, dentro, sopra. I lavori predisposti negli spazi a loro dedicati “impongono” un’elevazione di tale oggetto a opera d’arte: già negli anni ’80 Andy Warhol e la Pop Art riflettono su questo proposito. Le riproduzioni seriali di icone popolari e di oggetti quotidiani e/o industriali, esposti in musei e gallerie d’arte, le elevano a opere d’arte vere e proprie, diventando simbolo di se stessi, uscendo dal contesto consueto in cui si è abituati a collocarli, posti, invece, nel luogo d’élite per l’arte. Secondo Malraux “il museo trasforma l’opera in oggetto”, in tal senso, le zuppe Cambell’s, le pietre con incisioni primitive attaccate (abusivamente) nei musei da Banksy, gli alimenti di Oldenburg, gommosi e ingigantiti, sono realtà riplasmate dove l’oggetto diventa arte e, al contempo, oggetto di se stesso.

Ed ecco, allora, che l’arte esce dal museo e si colloca sui muri, per le strade, fra bobby che si baciano e Rats che espongono cartelli. Sorge, però, un’altra riflessione: può una pittura illegale, diventare arte? Può essere chiamata arte? A mio parere sì. Tolstoj, probabilmente, si sta rivoltando nella tomba, ma credo che l’arte debba essere qualcosa che trasmette, che suscita un’emozione; nel corso dei secoli è cambiato il modo di percepire, di comunicare, nella società come nell’arte, in quanto l’arte rimane specchio imprescindibile dei tempi contemporanei. Già gli artisti Dada, della performing art e i futuristi, ma anche Yves Klein e Piero Manzoni hanno contribuito a una visione diversa dell’arte, a un meccanismo di distruzione dell’arte tradizionale; abbiamo forse individuato i padri dell’ideologia degli street artists?

Sicuramente l’arte esposta fuori ha un potere più diretto, più polemico, che probabilmente all’interno di un museo sarebbe attutito: l’arte diventa ancor più impegnata e induce a riflessioni sociali e politiche rivolte alle masse, come desiderava Keith Haring, uno degli esponenti più singolari e proliferi del graffitismo.

L’arte per le masse. L’arte per tutti.

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Giulia Farsetti

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni: l’arte, il cinema, l’attualità e la scrittura. Ecco quindi la nascita di questo blog, che altro non è che un sublime connubio dei miei interessi.
Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista… La verità è che loro esistono, ma non siamo venuti ancora in contatto. Sto attendendo.

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